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Rosaria Russo - Napoli

Il turno di notte inizia sempre uguale.

Marco è già sul divanetto della sala infermieri, le scarpe ancora ai piedi e le braccia conserte sul petto. Dorme come se avesse pagato il biglietto.

Prendo il registro, controllo i parametri, faccio il giro. Piano. Senza sbattere le porte.

È un'abitudine vecchia, fare poco rumore. Non l'ho imparata qui.

«Leo.»

Mi fermo.

«Stai facendo il giro o stai cacciando?»

Non apre gli occhi.

«Dormi, Marco.»

«Stavo dormendo.»

Bofonchia qualcosa e si gira dall'altro lato. Dopo trenta secondi il respiro torna lento e regolare.

Sorrido senza volerlo.

«Il bambino del letto sette mi preoccupa.»

Marco sbuffa.

«Leo, ma stai parlando con me?»

«E con chi, secondo te?»

Di notte il reparto cambia faccia. I passi rimbombano più forte, le porte scricchiolano e i monitor sembrano respirare nel buio.

Apro piano la porta della stanza sette.

Lo sapevo.

Il bambino è seduto sul letto, le mani intrecciate e gli occhi chiusi stretti.

Conosco quella posizione.

Nelle altre stanze qualcuno dorme sempre accanto ai bambini. Madri rannicchiate sulle poltrone, col collo piegato e il telefono ancora acceso tra le mani.

Nella stanza sette invece no.

Tommaso ha otto anni e arriva da una casa famiglia. Sul comodino tiene uno zaino piccolo con il nome scritto in pennarello nero.

I bambini delle comunità li riconosci subito. Imparano presto a fare poco rumore. A chiedere il meno possibile.

La morsa allo stomaco mi accompagna mentre mi avvicino al letto.

«Ehi, piccolo.»

Gli sfioro le mani. Sono fredde.

«Hai bisogno di qualcosa?»

Quando apre gli occhi sento un pugno nello stomaco.

«Ho paura del buio.»

Fa una pausa breve.

«Anche nel dormitorio mi succede.»

Annuisco piano.

«Succedeva anche a me. Nel dormitorio le ombre sembrano più grandi.»

E lì il bambino mi guarda per la prima volta davvero.

Scosto appena la tenda.

Orione è lì fuori, inclinato sopra l'ospedale come ogni inverno. Il cielo stanotte è limpido. Succede raramente sopra la città.

«Vedi quelle tre stelle in fila?»

Lui aggrotta la fronte e si avvicina al vetro.

«Sembrano attaccate.»

Sorrido appena.

«È la cintura di Orione.»

Rimane in silenzio qualche secondo, con gli occhi incollati al cielo.

«Chi è Orione?»

Per un attimo non rispondo.

Perché il mio Orione non era quello dei libri. Il mio era un guardiano.

«Sai, vivevo anch'io in una casa famiglia. Il letto vicino alla finestra era il mio. D'inverno entrava aria fredda da uno spiffero che faceva arrabbiare tutti. Io invece aspettavo la notte apposta.

Io e Carmine, il mio migliore amico, restavamo svegli a guardare il cielo. Contavamo le stelle anche se sapevamo che era impossibile arrivare alla fine.

Quelle tre in fila non sapevamo ancora come si chiamavano. Io dicevo a Carmine che erano la pancia del guardiano. Dal dormitorio si vedeva benissimo, tendeva l'arco sopra di noi come un gigante sospeso fra le stelle.

Carmine si addormentava quasi subito. Io invece continuavo a contare.»

La prima volta che avevo guardato il cielo da quel davanzale avevo le gambe a penzoloni nel vuoto. La signora Grazia mi aveva visto dalla porta.

Non ha urlato. Non mi ha tirato dentro.

Si è seduta sul letto più vicino e ha aspettato.

Dopo un po' ha detto sottovoce: «Quante ne hai contate?»

«Quarantadue.»

«Solo quarantadue?»

Aveva una faccia tranquilla, da persona abituata ad aspettare.

«Ce ne sono troppe» le avevo detto.

«Sì.» Aveva annuito piano. «Ce ne sono troppe.»

Non mi ha mai chiesto perché stavo lì. Non mi ha mai detto di scendere.

Da quella notte lasciava sempre la tenda aperta.

«E poi?»

La voce di Tommaso mi riporta qui.

«Poi cosa?»

Tommaso indica il cielo oltre il vetro.

«Il guardiano. Esiste davvero?»

Per qualche secondo resto zitto.

Fuori, sopra i tetti scuri della città, Orione continua a brillare immobile. Le tre stelle della cintura sembrano inchiodate nel cielo.

«Quando sono cresciuto ho scoperto che si chiamava Orione.»

Tommaso storce appena la bocca.

«Non è un bel nome da guardiano.»

Mi scappa una risata bassa.

«No, infatti.»

Appoggio una mano sul bordo della finestra. Il vetro è freddo, proprio come quello del dormitorio tanti anni prima.

«Ho imparato tutto su di lui.  Le costellazioni, i pianeti, i nomi delle stelle. Passavo ore in biblioteca. Volevo capire cosa guardavo ogni notte.»

«E allora esiste davvero?»

Stavolta la domanda gli esce piano.

Lo guardo. Otto anni, le occhiaie leggere e la paura nascosta nel modo in cui stringe le dita del pigiama.

I bambini delle comunità imparano presto a nascondere certe cose.

«Forse non nel modo in cui pensavo io.»

Tommaso segue ancora il profilo luminoso di Orione.

«Però?»

Sospiro piano.

«Però certe volte basta credere che qualcuno stia guardando il cielo insieme a te.»

La stanza resta in silenzio. Si sente soltanto il rumore lontano di un monitor nel corridoio.

«Carmine dov'è adesso?»

La domanda arriva all'improvviso.

Deglutisco senza staccare gli occhi dalla finestra.

«Non lo so.»

Tommaso abbassa lo sguardo.

«Succede spesso?»

Stavolta capisco che non sta parlando di Carmine.

Annuisco piano.

«Le persone vanno via. A volte troppo presto.»

Tommaso resta zitto.

Guardo Orione oltre il vetro.

«Sai quanto tempo ci vuole alla luce di quelle stelle per arrivare fino a noi?»

Lui scuote la testa.

«Centinaia di anni. Alcune di quelle stelle forse non esistono già più. Quel che vediamo è luce partita secoli fa.»

Tommaso aggrotta la fronte.

«Quindi sono morte?»

«Forse. Ma la luce è ancora lì. Ancora in viaggio.»

Resto zitto un secondo.

«Le persone che perdiamo funzionano un po' così. Non ci sono più, ma quello che ci hanno lasciato continua a viaggiare.»

Poi guarda di nuovo il cielo.

«Però il guardiano resta.»

Sorrido appena.

«Sì. Lui resta.»

Lo accompagno a letto e stavolta non protesta quando gli sistemo la coperta sulle spalle.

Dopo qualche minuto il suo respiro diventa lento.

Rimango vicino alla finestra ancora un po'.

Sopra l'ospedale Orione tende il suo arco nel cielo invernale.

E senza rendermene conto ricomincio a contare le stelle.

Marco è seduto con il caffè in mano quando rientro.

«Che dice il bambino del sette?»

«Aveva paura del buio, gli ho raccontato di stelle e guardiani.»

Marco annuisce e non chiede altro.

Mi siedo. Resto zitto un momento.

«Anch'io vivevo in una casa famiglia, sai.»

Marco mi guarda. Non dice niente.

«Non te l'avevo mai detto.»

«No.» Soffia sul caffè. «Non me l'avevi mai detto.»

«Marco.»

Lui alza gli occhi dalla tazza.

«Ho passato tutta la vita a tenere fuori la gente. Pensavo fosse più semplice così.»

Marco non dice niente. Aspetta.

«Stanotte un bambino di otto anni mi ha guardato come se fossi un guardiano che protegge.»

Soffia sul caffè.

«Lo sei sempre stato, Leo. Aspettavo solo che te ne accorgessi tu.»

Il silenzio tra noi è diverso da prima.

Fuori, Orione tende ancora il suo arco nel cielo invernale.

Stavolta non conto le stelle. Le guardo soltanto.