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Laura Torres - Bari

Lei entrò nello studio del suo caro amico psicologo in un timido soleggiato pomeriggio di fine inverno, il solstizio di primavera era quasi alle porte e si manifestava col sole già tiepido ed indulgente. Non era più necessario il peso dei cappotti invernali ma bastava un trench leggero, un cappello ed un paio di scarponi di cuoio per sentirsi bene. Il freddo inverno si era già dileguato senza aver fatto troppo clamore quell’anno e nell’aria si poteva già percepire qualcosa di nuovo, una promessa ancora indistinta ma percepibile: la primavera stava arrivando.

I due erano diventati nel tempo grandi amici, dopotutto erano anni che lei frequentava il suo studio e da anni confidava a lui i suoi più profondi pensieri e sentimenti, come non riusciva a fare con nessun altro. La differenza, rispetto ai suoi amici e colleghi, era che lo scambio di opinioni e pensieri tra i due permetteva di far convergere i loro due punti di vista che potevano sembrare all’apparenza distanti ma in realtà, se guardati da vicino, convergenti verso un punto comune.

 

Lo studio dello psicologo era stato ricavato all’interno di una veranda della sua casa in campagna così da essere composta da ampie vetrate in cui perdere lo sguardo durante il passaggio delle stagioni, tra una riflessione ed un’altra. Sembrava quasi un piccolo cosmo chiuso su sé stesso.

Le altre due pareti, dove non vi erano le vetrate, erano riempite da scure librerie cariche di libri e tra i volumi di Freud e Jung comparivano anche un vecchio atlante stellare, una stampa ingiallita della mappa lunare e una fotografia del cielo notturno attraversato dalla Via Lattea. Erano cimeli che lo psicologo custodiva con cura ed affetto, doni di suo nonno, professore di geografia astronomica.

Il divano bordoux era posizionato su di un tappeto orientale dai motivi concentrici che dava l’impressione quasi di un’orbita in cui si veniva risucchiati a mano a mano che il flusso di pensieri proseguiva durante la seduta. Sul tavolino, accanto al taccuino dove di tanto in tanto prendeva appunti, era posizionato un piccolo telescopio decorativo che puntava ostinatamente verso il muro. La sua amica, però, non aveva mai avuto il coraggio di toccarlo e posizionarlo correttamente.

 

Lo psicologo era già seduto alla scrivania, intento a rileggere gli appunti dell’incontro precedente mentre lei, come ogni mercoledì, varcava la soglia dell’ingresso. Il sole mattutino aveva riscaldato l’ambiente, rendendolo ancora più accogliente e confortevole.

“Buon pomeriggio” disse lei.

“Buon pomeriggio a te” rispose lui scambiandosi un convenevole sorriso.

“È strano” esordì lei, ancora prima di accomodarsi “passo la vita a misurare ciò che è lontanissimo… e poi mi perdo nei dettagli che ci sono qui dentro”.

Lo psicologo accennò un sorriso, lo stesso che riservava alle grandi rivelazioni mascherate da banalità.
“Succede spesso” rispose. “L’infinito non è mai dove crediamo di trovarlo”.

Lei non poté fare a meno di sorridere, cercò lo sguardo compiaciuto di lui attraverso i suoi piccoli occhiali tondi, e si mise comoda sul divano, poggiando comodamente le mani sul ventre. Era appena entrata ed era già stata colpita dritto al punto.

“L’infinito…è esattamente ciò che ultimamente mi tormenta”.

Lo psicologo osservò lo sguardo dell’astrofisica perdersi nel cielo che si intravedeva dalla vegetazione, aldilà della finestra, oltre le nuvole.

“L’infinito come problema scientifico…o nel suo significato come parola?” chiese infine, interrompendo d’un tratto il suo flusso di pensieri.

“In realtà non riesco più a capirne il significato, se mai possiamo assumere lo abbia. Lo studio, lo misuro, lo descrivo con formule, cerco di spiegarlo ai miei studenti… Ma non riesco a immaginarlo davvero…Come si può andare oltre l’infinito? Cosa ci sarà mai al di là? Sono arrivata ad un punto in cui metto in dubbio i miei studi stessi”.

“Ti preoccupa che l’infinito esista o non riuscire a spiegarlo?”

“A questo punto non saprei neppure più dettare un confine tra una cosa e l’altra. Continuo a pensare alle teorie dei più grandi studiosi della relatività come Lorentz, Minkowski, Einstein…Cerco di razionalizzare e trovare conforto nelle teorie e nei numeri… ma quando chiudo gli occhi torno sempre a chiedermi dove finisca tutto”.

“Perché hai bisogno di sapere dove tutto finisce, o soprattutto, se finisce?”.

“Perché sono una donna di scienza e conoscere la realtà, poterla spiegare e razionalizzare, mi tranquillizza”.

Lo psicologo iniziò a bacchettare sul taccuino, era arrivato il momento di colpirla e andare dritto al punto. “Sai cosa sento, quando parli?”

“Cosa?” Fece lei sorpresa.

“Che l’infinito che ti spaventa non è quello sopra le nostre teste ma è quello che non ha confini nemmeno dentro di te. Ricordi, desideri, paure… non hanno un bordo. E non smettono di espandersi.”

Lei chiuse gli occhi e respirò piano, poi fissò il soffitto, dove una macchia di luce disegnava una forma vagamente circolare.

“Forse è per questo che vengo qui da così tanto tempo, regolarmente una volta alla settimana, di mercoledì, sempre alle 4 del pomeriggio” disse piano. “Perché almeno qui l’infinito ha una stanza, un divano, un intervallo regolare, un orario. La prevedibilità di qualcosa che so quanto inizia e so quando finisce, mi tranquillizza”.

Lo psicologo rifletté sui loro ultimi incontri, chi studia l’infinito si trova spesso a confrontarsi con il tema del limite, del senso e della morte. Se da un lato l’astronomia era una disciplina che poteva connetterti con la meraviglia e l’appartenenza cosmica, dall’altro poteva attivare profondamente il confronto con l’insignificanza cosmica, con la vertigine di sentirsi piccoli e marginali. Lei in quale fase si trovava? Sembrava attraversare un momento di profonda insicurezza verso il futuro.

“Sai, forse stai guardando l’universo solo dal lato che ti schiaccia ma c’è anche un altro modo di starci dentro”.

Lei lo guardava incuriosito senza rispondere ma lui percepiva di star accendendo degli spunti di riflessione così proseguì:

“Se è vero che siamo minuscoli rispetto alla vastità del cosmo, allora anche le nostre paure lo sono. Le nostre angosce, i nostri errori, perfino le nostre ossessioni… sono impercettibili nel grande disegno delle cose”.

Fece un piccolo gesto verso la finestra ormai scura.

“Mi hai parlato tanto di stelle esplodono, galassie che si allontanano, dello spazio stesso si espande…eppure l’universo continua, noi continuiamo a girare e vagare. Forse non sei piccola perché sei insignificante ma sei piccola perché sei parte di qualcosa che è immensamente più stabile delle tue paure.” 

Lui la guardò con dolce fermezza, pareva essersi rassicurata.

Il tempo corse veloce, erano oramai agli sgoccioli così concluse la seduta dicendo:

“Se riesci a tollerare l’idea di essere minuscolo nel cosmo, forse puoi tollerare anche l’idea che le tue angosce non siano il centro dell’esistenza. L’universo non crolla per un tuo dubbio…e nemmeno tu.”

Lei rimase quegli ultimi minuti in silenzio, non c’era altro che voleva aggiungere ma aveva tanto su cui riflettere. Si alzò lentamente dal divano, si diresse verso il cappotto leggero e prima di andar via andò verso il suo amico e lo strinse forte a sé.

“Ci vediamo la settimana prossima”.

“Certo, mi trovi qui, come sempre”.

I due si lanciarono un ultimo sguardo di conforto, poi la porta si chiuse e nello studio tornò il silenzio.

 Lo psicologo accese l’abat-jour sulla scrivania e si rimise seduto ancora per un momento ripensando e riflettendo sul loro scambio di opinioni.

Poco lontano dallo studio, l’astrofisica camminava verso casa facendosi accarezzare dalla leggera brezza serale perdendosi nei pensieri.

Quella conversazione aveva destabilizzato anche lei, dopotutto le domande sull’infinito appartenevano a chiunque avesse il coraggio di volgere lo sguardo lontano, sia dentro che fuori ma in quell’istante comprese qualcosa che non aveva bisogno di formule.

Istintivamente si fermò e portò una mano alla pancia.

Sotto il palmo, qualcosa si mosse. Un colpo lieve, deciso. Poi un altro.

Trattenne il respiro.

 Per la prima volta sentì suo figlio scalciare, come se stesse annunciando la propria presenza da un luogo che non era ancora spazio e non ancora tempo.

Un evento minuscolo e assoluto.

Un inizio.

Comprese che erano loro stessi espressione dell’infinito, non osservatori separati dal cosmo ma parte integrante di esso, fatti della sua stessa materia, atomi forgiati da esplosioni antiche e dispersi nello spazio, polvere di stelle che aveva imparato ad interrogarsi sull’universo.

Un pianto liberatorio la colse di sorpresa, capì come l’universo non avesse bisogno di essere guardato, né spiegato per esistere…ma continuava a raccontarsi, silenziosamente, attraverso di loro.

Erano loro stessi espressione dell’infinito nella manifestazione della vita che prosegue, che cambia, si evolve, termina e ricomincia…senza mai interrompersi davvero.