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Marta Gamba - Grumello del Monte (BG)

L’appuntamento era in Città Alta di prima mattina. Ero stata appena assunta come assistente di biblioteca e la tradizione voleva che ogni neo dipendente trascorresse la sua prima settimana lavorativa alla Biblioteca Civica Angelo Mai di Bergamo, per avere una panoramica completa del mondo librario antico e moderno. Quello che non avevo considerato era che stessi entrando in un’enorme scatola dei ricordi della mia città e della sua storia. Memoria che non era affidata solo ai libri, ma anche al più piccolo tra gli oggetti conservati all’interno di quell’edificio settecentesco, il cui candore ritagliava la propria sagoma nell’azzurro di quella giornata primaverile. La prima cosa che mi incuriosì infatti furono i due globi che mi accolsero nel silenzio del salone di lettura, uno terracqueo e uno celeste. Era la prima volta che ne vedevo uno dedicato al cielo e alle sue stelle. Rappresentazioni spaziali della terra o del cielo, dipinti e stampati su una superficie sferica, la storia dei globi è legata a quella della geografia e dell'astronomia. Realizzati nel XVII secolo dal cosmografo veneziano Vincenzo Maria Coronelli le sue opere, generalmente in coppia, avevano acquisito una fama internazionale e ornavano le biblioteche di monasteri, di studiosi, di sovrani, come il re di Francia Luigi XIV, ed erano strumenti scientifici, ma anche preziosi oggetti ornamentali.

Il loro ideatore aveva fondato a Venezia la prima accademia geografica internazionale, l’Accademia degli Argonauti. Acquistati a Venezia nel 1692 dal frate Angelo Finardi, bibliotecario del convento di sant’Agostino, furono sottratti alle soppressioni degli enti ecclesiastici, voluta da Napoleone Bonaparte nel 1797, e nascosti nella casa del nobile Giovanni Battista Vertova, per evitarne la confisca e il trasporto a Versailles. Il figlio Andrea li donerà nel 1834 alla biblioteca cittadina, dove ancora stupiscono i visitatori. Hanno una struttura interna lignea su cui sono incollati fogli di carta stampati a forma di spicchi. Entrambi hanno una base in legno di noce, con quattro aste in ferro che ne permettono la rotazione e l’inclinazione. Esse sostengono anche l’anello ligneo dell’orizzonte, su cui sono incise trecentosessantacinque caselle che riportano, nel caso del globo celeste, i segni zodiacali, il calendario, i punti cardinali e diverse informazioni astronomiche. Sulla sua superficie sono raffigurati il coluro dell’equinozio di primavera e del solstizio d’estate e più di 1902 stelle, tutte quelle che all’epoca gli astronomi erano riusciti ad individuare, oltre a 78 “nebulose”. Sono indicate anche le tracce della posizione di alcune comete, con le date delle osservazioni, e sono citati grandi astronomi del passato come Tycho Brahe, Johannes Hevelius, Edmund Halley. La mia attenzione però è stata attratta in particolare dalla rappresentazione delle costellazioni, con disegni di animali e figure mitologiche. Una sorta di racconto astronomico dove arte e bellezza si mescolano a una straordinaria erudizione, con scritte in cinque lingue. Sono presenti infatti frasi in greco, arabo, latino, italiano e francese a ricordarci i popoli che hanno fatto quelle scoperte e il modo in cui sono arrivate fino a noi. Le costellazioni sono gruppi di stelle visibili a cui l’immaginazione umana ha attribuito una particolare forma. Sono molti i popoli che le hanno studiate, ma saranno i Greci, con Tolomeo e il suo trattato Almagesto (150 d.c), a raccogliere le varie fonti e a definire le prime quarantotto costellazioni. Fino al XVI secolo non vi saranno variazioni significative nel numero e solo nei secoli successivi si aggiungeranno all’ elenco le costellazioni dell’emisfero australe, allora sconosciute. Infine, tra il 1922 e il 1930, l’Unione Astronomica Internazionale metterà ordine nel cielo e renderà ufficiali le attuali ottantotto costellazioni, che comprendevano quasi tutte quelle antiche e una selezione di quelle raccolte nel 1603 nell’Uranometria di Johann Bayer. Da allora, con questo termine si indicano settori univoci del cielo. Il globo celeste di Bergamo risale al 1698 e i gruppi di stelle incisi sono quelli tolemaici, compresa la nave Argo, dipinta ancora per intero, mentre attualmente è suddivisa in tre parti: la Carena, la Poppa e la Vela. Coronelli inoltre aggiunge Coma Berenices, Crux, Columba e le stelle dell’emisfero australe. Sulla sua superficie troviamo anche due costellazioni “perdute”, o meglio obsolete, oggi non più utilizzate: Antinous e Lilium o Fleur de Lys. Un caso particolare è costituito da Romboides, nell’emisfero meridionale, che cambierà nome più volte e da Rhombus diventerà Quadratum, per trasformarsi nell’attuale Rheticulum.

E’ passato molto tempo da quel primo incontro tra me e i globi, ma la nostra amicizia si è rafforzata negli anni. Da allora ho la fortuna di poterli vedere spesso, visto che ho proseguito il mio percorso lavorativo alla biblioteca Mai, e sono diventati per me un riferimento quotidiano e costante, insieme allo sguardo su Piazza Vecchia, prima di iniziare la mia giornata. Ho la sensazione irrazionale che la loro presenza sia come un portafortuna per la biblioteca e per la mia città e che le loro sorti siano in qualche modo intrecciate. Chissà se da qualche parte, in mezzo a tutte quelle stelle, si trova scritto il nostro destino e quello della mia città, che ha tanto sofferto in questo periodo. Mi piace pensare che forse, facendo ruotare il globo e cambiando la porzione di cielo visibile si possano mescolare le carte del presente e del futuro degli uomini, insieme a quello delle terre che si trovano sotto di esso. Simile alle stelle che ci riportano la luce di un lontano passato, questo globo è un fermo immagine che ci mostra dove erano arrivate le cognizioni astronomiche nel XVII secolo. Fermo immagine e anche capsula del tempo dopo il restauro nel 2012, grazie al Fai e all’iniziativa Bergamo Save the Globes. Come un'astronave che viaggia nel tempo, nella sua base sono state inserite delle lettere, scritte nell'attesa del suo ritorno in città durante gli interventi conservativi. Si presume che il globo celeste avrà bisogno di nuovi ritocchi nel 2400 e quando verrà riaperto, tra 379 anni, porterà in dono il diario di bordo dei nostri desideri e delle nostre speranze a questo futuro lontano, tramandando bellezza e scienza, per continuare a raccontare la sua e la nostra storia a chi verrà dopo di noi e avrà ancora voglia di ascoltarla. “Plus ultra” era il motto dell'Accademia degli Argonauti ed è anche l'invito che ci offre questo prezioso strumento. “Andare oltre” il circolo del tempo e del nostro orizzonte per far continuare la meraviglia creata dalla curiosità e dal cuore umano, aggiungendo altri tasselli nell’esplorazione della realtà che ci circonda “in cielo così come in terra”.