Domani ci sarà un’eclissi di luna parziale. Il disco non sarà coperto dalla penombra creata dalla Terra, recitano i libri di scienze. Meno male che non sarà completamente buio. Mi ha sempre fatto un po’ paura il buio. In verità è più una sensazione di solitudine. L’oscurità ti fa sentire solo, ingigantendo le cose che ti circondano e rimpicciolendo te, inghiottito da un mare scuro. È strano come qualcosa che ti appare ogni notte e ti segue tutta la vita, familiare come il buongiorno di papà, la campanella a scuola, i cartoni in TV e i rimproveri del mister, lo senti come un invasore che irrompe nella tua vita. Non c’è mattino che non sorga il sole e non c’è sera che non tramonti. Nella vita ci sono poche certezze come questa. Le polpette di mamma, le fusa di Mya, Sanremo, i Mondiali, le scottature al mare, le zanzare in estate e il presepe a Natale. Che al calare del sole cali il buio, è più scontato degli sconti di Poltrone&Sofà, eppure ogni sera sotto sotto un po’ ci spero che, chissà come e chissà perché, il titolare non venga sostituito. In verità, non ho mai considerato la luna una riserva. La considero all’altezza del sole. Certo, non illumina il campo e non abbaglia con le sue mosse, ma partecipa al gioco, in silenzio e in disparte, senza colpi ad effetto. Una specie di centromediano metodista. Papà ogni tanto se ne esce con queste definizioni antiche quando vediamo le partite. Dice che ai suoi tempi c’erano tipi come Clodoaldo, Luisito Monti, Caso, Chiappella… Papà li nomina come nonna Clorinda quando elenca i santi: Sant’Antonio da Padova, San Luigi Gonzaga, San Giuseppe da Copertino, Sant’Alfonso dei Liguori. Manca solo l’ora pro nobis che nonna piazza alla fine di ogni invocazione, ma l’atteggiamento di adorazione mistica è identico. Giocatori solitari che giocano per gli altri, a comporre le trame partendo da dietro, con pazienza, senza fronzoli, quasi che la vittoria non sia tanto merito di chi fa gol, ma di chi ha i piedi buoni per costruirli. Qualche giorno fa ho chiesto al mister di farmi giocare un po’ più dietro. “Lorenzo, ma che vuoi fare, Jorginho?!”, mi ha chiesto. “No, voglio giocare alla Bernasconi”! E l’ho detto con il petto in fuori e la mascella in avanti, guardando verso l’alto, con l’orgoglio di chi sta evocando divinità di civiltà mitiche, evitando di proposito lo sguardo del mister, a metà tra l’incredulo e il diffidente. Domenica mi ha schierato proprio lì, lì nel mezzo. È finita 2-0. Per noi. Doppietta di Marano, centrattacco (come dice papà) gagliardo e generoso. A fine gara mi ha ringraziato per i due assist. Gli ho solo sorriso, senza dirgli nulla. Non c’era bisogno di spiegargli che quello è il compito lunare del centromediano metodista.
E domani la luna farà meno luce del solito. Già di sera si vede poco, poi l’eclisse farà sparire tutto! Però sarà parziale. Anche se non sarà affatto breve. Pare che durerà cento minuti. Durante quest’ora e mezza abbondante la luna continuerà ad essere visibile assumendo una colorazione rossastra. Quasi quasi vado a vederla con zio Gino. Quando c’è in programma un avvenimento astronomico ci invita sempre a una serata alternativa. Si raccomanda di portare poche ma indispensabili cose: una coperta di lana, scarpe robuste, la bussola per orientarci e il silenzio per perderci. A San Lorenzo dell’anno scorso c’era un cielo così pieno di stelle che zio Gino ha potuto farci vedere costellazioni che non si vedono mai. Non sembrava vero di poter regalarmi il racconto del mito di Castore e Polluce, indicandomeli in alto, tra due stelle brillanti: Regolo nel Leone e Aldebaran nel Toro. “Se riesci a localizzare Orione, segui una linea perpendicolare a nord-est. Le stelle di Castore e Polluce sono circa quattro volte la distanza della spalla destra di Orione”. Aggiunse che Zeus concesse ai fratelli di vivere e morire un giorno per ciascuno, trasformati nella costellazione dei Gemelli, in cui una delle stelle si nasconde sotto l’orizzonte quando appare l’altra, ricordando il destino che li unisce. “Un po’ come il sole e la luna”, dissi io, “che appaiono solo quando non è presente il gemello diverso. Loro si vogliono bene lo stesso, anche senza incontrarsi mai”. “Lorenzo, nel giorno della tua festa, il regalo lo hai fatto tu a me”.
Da poco ho scoperto che noi vediamo sempre la stessa faccia della luna. Girando intorno a noi, ci mostriamo a vicenda sempre dallo stesso punto. In altre parole, è come se di una persona noi vedessimo solo un lato. Sempre quello. Una noia mortale. Invece no. Pur guardando lo stesso volto, è come se non fosse mai uguale. Il viso è lo stesso, ma cambia l’espressione. Per lei è facile ingannarci: ogni notte lei aggiunge o toglie uno spicchio, a seconda se la sua gobba punti ad Est o ad Ovest. Ma sono alcuni anni che l’ho smascherata. La mia maestra mi ha spiegato come la crescita o la decrescita sia dovuta a un gioco di ombre tra la Terra e il sole, quasi come due complici che vogliono beffare quel satellite, Calimero dello spazio che non è altro! E lei che fa? Per tutta risposta, impugna la sua bacchetta e… Sim Sala Bim o Bibidi bobidi bu, fate voi, si esibisce nel suo collaudato repertorio di magia. Perfino il gioco di prestigio più riuscito, quello che la fa apparire più grande quando è vicina all’orizzonte rispetto a quando è alta nel cielo, non è che la sua ennesima burla: gli scienziati la definiscono illusione lunare. Ben eseguita, una messinscena riuscitissima, chapeau e complimenti. Ma tutti questi sono giochini che possono ingannare gli innamorati, i poeti o gli stolti, categorie che spesso coincidono. Sarebbe meglio dire truffati. Io no. Io non mi faccio raggirare da questi mezzucci. Anche se… Quando di notte alzo gli occhi per cercarla, la trovo lassù, immancabilmente. E ogni volta che la vedo fare capolino da dietro una nuvola tiro un sospiro di sollievo, perché vederla apparire lì, dove era ovvio che fosse, in fondo non lo sentivo poi così scontato.
Papà l’altra notte è entrato in camera. Vedeva da sotto la porta la mia luce ancora accesa. Senza dirmi nulla si è seduto accanto a me, vicino alla finestra. Faceva molto caldo ed entrava un alito di vento in quel luglio bollente. Porta il suo sguardo fuori, dove è rivolto il mio, in alto. Incrocia una luna tonda, dai lineamenti così netti che sembrava si potesse staccare da un momento all’altro dalla parete scura su cui era stata dipinta.
“Era lo stesso giorno di oggi, il 20 luglio di troppi anni fa”, disse dopo il nostro bellissimo silenzio. “Avevo la tua stessa età, Lorenzo, e faceva lo stesso caldo. Come te, stavo sveglio nella mia stanzetta e guardavo la luna con la tua voglia di scoprirla, anche se dalla finestra non si vedevano altro che stelle”. Ero abituato alle stranezze di papà. Mi piaceva che svelasse il mistero piano piano. “La vedevo come non l’avevo mai vista prima, perché c’era qualcuno che mi permetteva di guardarla con i suoi occhi, e con quelli di chi per primo la vide da vicino”. Attendevo… “Sai, oggi è normale avere tutto a portata di mano, abbiamo accesso a ciò che accade nel mondo nel momento stesso in cui accade. Ai miei tempi no”. Ai miei tempi… “All’epoca nonno Lorenzo mi diceva: Elio, un poco di pazienza: se vogliamo sapere quanto hanno vinto al Totocalcio, dobbiamo aspettare mercoledì”. Non capivo di cosa stesse parlando. “Per fartela breve, quella notte del 1969, la luna mi apparve diversa da come l’avevano descritta Sinatra in Fly me to the moon, o Totò in Totò sulla luna”. Non capivo di chi stesse parlando. “Tito Stagno me la fece vedere, in tempo reale, attraverso la TV, in una notte in cui si realizzò il sogno di tutti noi”. Ero confuso. Continuavo a non capire nulla, ma era bello sentirlo raccontare così, con la gioia di un bambino che ripete la storia più affascinante che avesse mai ascoltato. Ciò che però mi fu chiaro è che quella storia non l’aveva solo sentita raccontare. Era come l’avesse vissuta anche lui perché, raccontandomela, fece sentire protagonista anche me.
L’eclissi è durata poco più di un’ora. Tutto sommato non molto. Si vedeva abbastanza bene, una parte un po’ più scura, il resto uguale a sempre. “Papà, ma non doveva durare cento minuti?”. “E che ci vuoi fare, Stefano, può darsi che avesse voglia di tornare intera prima del previsto”. “Invece quanto è durata la passeggiata di Armstrong?”. “Sembra un paio di ore e mezza”. “Allora ha avuto il tempo di girarsela tutta, anche l’altra faccia, quella che dalla Terra non si vede, vero?”. “Chissà”. “E nonno Elio è stato attaccato alla TV per due ore e mezza?”. “No, Stefano, molto di più. Mi raccontava che il collegamento era cominciato molto prima ed è continuato anche dopo il rientro dell’Apollo. Diceva che aveva paura di spegnere perché temeva di svegliarsi dal sogno più bello che avesse mai fatto”. Non gli chiesi altro. Non volevo togliere niente alla storia. Desideravo solo stare con lui, in silenzio, a guardare l’altra luna che all’improvviso era apparsa in cielo.

