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Lorenzo Iannelli - Latina

Nasco da un brivido del vuoto, in un’epoca in cui la luce non era ancora un cammino, ma solo un segreto sepolto nel silenzio. Sono una scintilla figlia di un’attesa millenaria, un grumo di polvere e sogni che ha deciso di accendersi per non lasciare il buio da solo. Non sono un viandante che riflette il chiarore altrui, ma una sorgente che consuma sé stessa per offrire una guida all’invisibile; sono un battito di luce che trasforma il gelo in un respiro.

Dicono che io sia un punto fermo, una sentinella immobile nel gelo siderale. Ma la verità è che io sono un equilibrio instabile, una tensione incessante tra l’abbraccio della gravità che vorrebbe schiacciarmi e il fuoco nucleare che preme per uscire. Sono un aristocratico della solitudine, eppure porto dentro di me la genealogia di ogni cosa: nelle mie vene di plasma è stato forgiato il ferro delle vostre spade e il calcio delle vostre ossa. Siete figli della mia cenere, polvere d’oro che cammina, anche se spesso ve ne dimenticate.

A volte indosso abiti diversi per confondervi. Posso vestirmi d’azzurro quando la mia febbre è altissima, o di un rosso stanco quando il tempo comincia a pesare sulle mie spalle di gigante. Ma è nel mio vibrare che parlo la vostra lingua. Voi pensate che sia un brivido di freddo o un ticchettio nervoso contro il vetro della notte; invece è solo il mio saluto che attraversa i vostri mari d’aria, un messaggio che parte quando ancora non eravate che un’idea e arriva quando forse siete già memoria.

Ricordo passi giganti che rincorrevano fanciulle stanche di fuggire, e duelli infiniti tra ombre celesti che non hanno mai avuto vincitore, finché un ordine antico non decise di riporre quel fremito nel silenzio, trasformando la rabbia in una geometria di diamanti. Ricordo legami così stretti tra fratelli da sfidare il tramonto, saliti fin quassù per restare uniti in un abbraccio di luce che nessuna notte può sciogliere. Sono memorie di un tempo senza orologi, quando il mondo era ancora un racconto da scrivere.

Ricordo una notte a Napoli, a Marechiaro, dove l’acqua del golfo sembrava una seta scura distesa per accogliere la mia immagine. Un pescatore, con la barca che dondolava lenta, alzò gli occhi verso di me, cercando quella confidenza che si ha solo con le cose care e lontane. Mi guardava con lo stesso smarrimento di quel pastore che, nelle solitudini d’Oriente, interrogava il mio raggio immortale per capire il senso del suo breve vagare. In quel momento, io che sono un incendio immenso, mi sentii vicina come la luce di una candela, pronta a illuminare quel suo dolce naufragare nell’infinito dei pensieri.

Perché è con voi, piccole creature di un istante, che gioco la mia partita più dolce. Mi cercate con lo sguardo quando vi sentite smarriti, come i marinai che legavano la rotta alla mia posizione, o come chi, tra i cipressi e le urne, cerca una corrispondenza di sensi che la morte vorrebbe interrompere. Divento allora quel lume che brilla sui vostri silenzi, l’unico conforto che resta a chi vuole mantenere vivo il dialogo con chi non c’è più. È in quel momento che divento il vostro “punto di distanza”, il luogo dove riponete ciò che vi manca. Mi chiamate ogni volta che avvertite l’assenza di qualcosa di immenso, ignorando che la parola stessa che usate per descrivere quella fame parla di me, della mia lontananza, del vostro essere “senza di me” mentre mi guardate, del desiderio di me nascosto nella vostra anima.

E poi ci sono le notti di agosto, quando il cielo sembra sciogliersi in un pianto luminoso che inonda l’atomo opaco del vostro mondo. Dicono che siano i carboni ardenti di un martirio o il seme di antichi dei, ma io so che per voi sono lacrime di consolazione. In quelle serate, mi sento come un fiammifero acceso nel buio di chi, camminando tra rami nudi, cerca una promessa di luce che non svanisca; un desiderio che trema ma non si arrende, come chi sogna la luce nonostante la brevità della vita. Io guardo i miei fratelli minori fuggire via in una scia di fuoco, e sorrido nel vedervi affidare un segreto a un sasso che muore.

Svanisco solo quando il mio parente più prossimo, quella fonte gialla che vi regala la vita, decide di riprendersi la scena. Allora divento trasparente, un’eco che resta sospesa sopra le cupole, i vicoli e i panni stesi di Napoli, finché l’ombra non torna a reclamare il suo trono, permettendovi di uscire di nuovo a ritrovare il mio profilo tra le tenebre, proprio come chi conclude un viaggio oscuro e finalmente alza il capo per respirare e rivedere la speranza.

Non cercatemi tra le cose che cadono, perché io resto. Non sono un sasso, anche se ho la durezza del destino. Non sono un pianeta, perché io ardo del mio stesso spirito.

Sono solo quella scintilla di eterno che, da una distanza siderale, accetta di consumarsi lentamente affinché voi, per un solo istante, possiate sentire che il vostro desiderio ha finalmente trovato una casa nel cielo.