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Francesco Rinaldi - San Giovanni Rotondo, Fg

Quando il sole cominciò a scivolare verso il mare, il cielo si tinse di rosso ed io rimasi a osservarlo in silenzio, in quel suo passaggio lento e abituale. La luce si assottigliava come un respiro flebile, distendendosi sulla superficie dell’acqua fino a confondersi con essa. Ma quando il chiarore si dissolse del tutto e lasciò spazio a un blu profondo e quasi insondabile, qualcosa cambiò.
All’inizio comparve Venere, limpido e isolato, come un punto fermo nel buio che mi costrinse a fissarlo a lungo, come se potesse offrirmi una direzione o una costante presenza. Poi, una volta scomparso, il firmamento si popolò di stelle che affioravano, senza fretta, una dopo l’altra, finché lo sguardo non riuscì più a contenerle tutte.                                                          

Non ne avevo mai viste così tante. Provai a riconoscere qualche figura tra quei punti lontani, ricordando le costellazioni che gli antichi avevano tracciato per orientarsi o, semplicemente, per mettere ordine al caos. Linee immaginarie che univano stelle separate da distanze immense, eppure capaci di formare disegni comprensibili all’occhio umano. Forse erano un tentativo di rendere familiare ciò che, per sua natura, non lo è. In quel momento sentivo il bisogno di aggrapparmi a quelle forme, come se potessero proteggermi o almeno contenere quel senso di smarrimento che avevo nella testa.
Rivolgendo lo sguardo più in alto, le luci si facevano sempre più fitte e dense, tanto da sembrare una polvere sospesa nel vuoto. La Via Lattea attraversava il cielo in una scia chiara e appena curva, come un fiume che scorreva silenzioso e lento sopra di me. Sapevo che era la nostra galassia, un sistema immenso composto da centinaia di miliardi di stelle, nubi di gas e regioni oscure. Eppure, vederla così distesa nella notte, la rendeva diversa da ogni immaginazione. E compresi che non era più un concetto o un’astrazione della mia fantasia, ma una presenza vera.
Pensai, allora, a quei sistemi lontani con i pianeti che orbitano intorno alle loro stelle seguendo traiettorie precise, con equilibri che si mantengono da tempi inconcepibili. Ogni punto luminoso poteva essere un sole in grado di contenere mondi invisibili che gli ruotano attorno. E oltre ancora, al di là di ciò che potevo distinguere, esistevano altre galassie, disperse nello spazio, separate da distanze che la mente fatica anche solo a nominare.
Sapevo che tutto l’Universo era in movimento; le stesse stelle che osservavo non erano ferme, ma percorrevano traiettorie silenziose. Anche la nostra galassia ruotava lentamente su sé stessa, così come quelle più lontane, trascinate da un’espansione continua. Eppure, ai miei occhi, tutto appariva immobile, sospeso in una quiete assoluta. Ma era proprio questa contraddizione a farmi più paura. Mi sentivo un naufrago su una zattera in mezzo al mare, con il pensiero fisso alla sopravvivenza, mentre sopra di me si estendeva qualcosa di così vasto da ridimensionare ogni cosa, compresa la mia solitudine. Certo non la cancellava, ma la rendeva diversa, quasi secondaria rispetto a quell’immensità.
E con quel pensiero angosciante continuai a osservare il cielo, cercando di immaginare la distanza tra una stella e l’altra, con in mezzo il vuoto che le separa. Pensai alla luce che stavo vedendo come un viaggio silenzioso, durato anni o forse secoli, venire verso di me. Alcune di quelle stelle non esistevano più e ciò che mi raggiungeva era solo la loro traccia, un segnale tardivo che attraversava lo spazio senza sapere esattamente dove sarebbe arrivato.
Questo pensiero mi attraversò come un brivido. Stavo guardando il passato dell’Universo, così remoto, da non poter essere compreso dalla mia mente, anche se presente davanti ai miei occhi. Era come se il tempo stesso si fosse disteso sopra di me, visibile e allo stesso tempo irraggiungibile.
Non mi restava che abbassare lo sguardo verso il mare, alla sua consistenza liquida e ondosa, ma sotto di me trovai solo il buio. Nessuna forma, nessun riferimento del mondo fisico. Sopra, invece, in quello scintillio di stelle e pianeti, c’era qualcosa che potevo almeno tentare di comprendere, o forse solo contemplare. Provai allora a figurarmi l’insieme dei corpi celesti, lo spazio che li conteneva, il tempo che li attraversava e le forze invisibili che tenevano tutto in equilibrio. Era uno sforzo immane, oltre i limiti della mente, in cui ogni tentativo di afferrarlo si dissolveva come un pensiero sfuggente, impossibile da trattenere. Eppure, in certi momenti, comprendere non è davvero necessario. Basta sapere che tutto questo esiste davvero, così come esiste il mio corpo sotto quel cielo antico: un punto vivo, minuscolo e quasi insignificante, eppure reale. Non separato dall’Universo, ma parte dello stesso ordine che aveva generato quelle stelle, quel mare e l’umanità intera. E così, sospeso tra l’oscurità dell’acqua e il lontano brillare del cielo notturno, compresi che la mia solitudine non era un vuoto assoluto, ma una condizione in cui, paradossalmente, trovava spazio un legame sottile e invisibile con il cosmo.
Confortato da quel pensiero, continuai a osservare il firmamento, mentre le stelle restavano lì, luminose e indifferenti. E in quella visione, quasi onirica, ebbi la sensazione che nella mia fragilità, non fossi davvero smarrito, ma semplicemente parte di qualcosa di troppo grande per essere compreso fino in fondo.