User Rating: 5 / 5

Star ActiveStar ActiveStar ActiveStar ActiveStar Active
 
Franca Ceccatelli - Greve in Chianti, Fi

Rebecca, dodici anni ancora da compiere, guardava il cielo nella notte buia e silenziosa.

Le piaceva sempre guardare il cielo, anche di giorno, con i colori, la luce, le forme cangianti delle nuvole.

Ma era di notte che l'immensità della volta celeste le si mostrava in tutta la sua maestosità, riempiendola ogni volta di stupore nuovo. Scopriva stelle più splendenti della notte precedente. E così sognava.

Ai suoi occhi, la luna le assomigliava al collo delizioso di una principessa, adornato da infinite collane di pietre preziose luminosissime. Le collane di stelle sembravano danzare, seguendo una musica celestiale che solo loro sentivano, in una meraviglia che la lasciava a bocca aperta.

Rebecca era andata a scuola solo per due anni, poi era stata allontanata per effetto delle leggi razziali: agli ebrei era vietato frequentare le scuole normali. Nel capoluogo, era stata organizzata una piccola scuola per bambini ebrei, ma il paese era lontano, bisognava prendere la corriera e i suoi non se lo potevano permettere. 

Tanto più che anche suo padre, Salomone, era stato licenziato dal suo posto di usciere alle imposte dirette: era ebreo, non poteva più lavorare alle dipendenze dello Stato.

Salomone si era dato da fare, mettendosi ad aggiustare oggetti e utensili vari, ma il lavoro era poco e i guadagni ancora meno. Infatti, dopo tre anni e mezzo di guerra, la gente aveva sempre meno denaro e si ingegnava a riparare le cose da sé, e poi la propaganda di regime spingeva gli italiani a servirsi solo degli artigiani e dei negozianti non ebrei. Ora, poi, dopo l'8 settembre, con i tedeschi dappertutto come padroni...

Rebecca, un po' perché abitava in un gruppetto di case distanti dal paese, un po' perché non andava più a scuola, passava le giornate quasi sempre da sola, aiutando la mamma e la nonna, leggendo e rileggendo i pochi libri che c'erano in casa, facendo qualche piccola passeggiata e annoiandosi. Per non annoiarsi, sognava, con gli occhi persi lassù, nel cielo.

            Le cose peggioravano a vista d'occhio, Rebecca se ne accorgeva: i genitori e la nonna sempre più cupi e stanchi, il mangiare in tavola sempre più scarso e povero, il babbo sempre più spesso con le mani in mano.

Non solo. Camminando per la strada, Rebecca si era accorta che qualcuno, pochi in verità, faceva finta di non vederla o cambiava marciapiede per evitare di salutarla. Rebecca, pur sforzandosi, non riusciva a capire: cosa avevano fatto di male lei o la sua famiglia?

Per fortuna che c'erano la notte e il cielo con la luna e le stelle: apriva la finestra, guardava e si perdeva in quell'oceano infinito, scordandosi i problemi del giorno.

Allora, spesso, riprendeva in mano il libro delle poesie e dei poemi che era appartenuto al nonno e che il nonno, morendo, aveva lasciato a lei.

Uno dei pezzi che le piacevano di più era quello di Astolfo che va sulla luna a recuperare il senno di Orlando, diventato pazzo per amore di Angelica.

Così, davanti alla finestra aperta nel buio fondo, con la luna piena che risplendeva come fosse illuminata da una lampada gigantesca, anzi no, da un suo sole personale invisibile ai terrestri, Rebecca si immaginava come doveva essere il satellite: fiumi, laghi, campagne, valli, montagne.

– Quanto mi piacerebbe andare sulla luna! Però... l'ippogrifo... dai... non esiste... Ma in qualche modo, prima o poi, un uomo ci arriverà. Forse con una specie di missile velocissimo. 

Guardava ancora estasiata la luna, cercando di individuare monti e valli e intanto sognava e parlava con sé stessa, ponendosi le domande e rispondendosi:

– Come sarà la terra vista dalla luna? Secondo me, una pallina piccola piccola. La stessa cosa che succede a noi quando guardiamo la luna. E cosa si vedrà? Le montagne, i mari, i continenti... noi no di certo, perché saremmo piccolissimi. Che differenza! Qui ci pare di essere tanto grandi, anzi, qualcuno si crede un gigante. Mah! Meglio guardare le stelle. Quanto sono belle! Eppure, sono gas e polvere...e luce e sono miliardi di miliardi e sono dappertutto, senza confini.

E qui le ritornavano in mente i versi del giovane poeta: “Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea tornare... e ragionar con voi dalle finestre...”

Poi riandava ad Astolfo:

– Ora sì che ci sarebbe bisogno di Astolfo, che andasse a recuperare il senno perduto dalla gente. Perché, secondo me, le persone sono sempre più fuori di testa Se ragionassero, non si ammazzerebbero l'un l'altro, ma si metterebbero intorno a un tavolo a discutere. Eppure, se facessi questo discorso, tanti direbbero che sono io quella che ha perso il senno.

Tornava a perdersi nel blu scuro, anzi nero della notte, sporgeva la testa per sentire la leggera brezza notturna, le sembrava quasi di avvertire nel silenzio una melodia leggerissima, lontanissima...

Forse era quella melodia di cui le aveva raccontato il nonno e di cui aveva parlato, più di duemila anni fa, Pitagora, il grande studioso greco, quello del teorema. Secondo Pitagora, la luna, le stelle e tutti i corpi celesti producono una specie di musica, un'armonia celestiale, che purtroppo noi non sentiamo perché ci siamo dentro fin dalla nascita.

– Chissà – ragionava Rebecca – forse quelli che andranno sulla luna, la sentiranno. 

 Una mattina, la mamma rientrò in casa piangendo, con un foglio spiegazzato in mano.

Il giorno dopo, la mamma e la nonna al tavolo di cucina, tagliavano dei pezzetti di stoffa gialla a forma di stella a sei punte.

Lavoravano in silenzio, senza alzare la testa dal lavoro.

– La devi sempre tenere appuntata sul vestito, quando esci. Guai se ti trovano senza! – le raccomandò la mamma.

Infine, arrivò l'ordine: secco, brutale, definitivo. Gli ebrei avevano quattro ore di tempo per fare una piccola valigia e presentarsi in piazza, ove un camion li avrebbe portati alla stazione. Quale stazione? Per andare dove?

Rebecca si portò dietro il libro delle poesie del nonno.

Al paese, salirono Rebecca e i suoi e le altre due famiglie ebree, ma, strada facendo, il camion si fermò diverse volte e ogni volta montavano altre persone, tutti, grandi e piccoli, con la stella gialla.

Alla fine, gli ultimi dovettero restare in piedi, rischiando di cadere ogni volta che l'autista frenava. E frenava spesso. 

Il viaggio fu lungo. I bambini piangevano perché avevano fame e sete. 

A un certo punto, il camion imboccò una discesa molto ripida e infine si arrestò bruscamente con uno stridore di freni.

Dall'esterno arrivarono ordini secchi, il tendone fu tirato su: 

            – Schnell! Schnell! Steigt aus!  Steigt aus!  Svelti! Scendere!

Erano in una stazione sotterranea. Luce fioca, binari vuoti e tante persone in attesa con una piccola valigia in mano, atterrite. Nessun treno in arrivo o in partenza. Che stazione era?

I soldati dalla faccia cattiva tenevano il fucile spianato contro la gente. E urlavano, urlavano, urlavano in quella loro lingua incomprensibile e dura, mentre i cani lupo abbaiavano a più non posso e sembrano voler strappare il guinzaglio, per gettarsi, famelici, sulle persone e sbranarle a morsi.

Rebecca teneva il suo libro stretto al petto.

Le si avvicinò un soldato. Puntò la canna del fucile sul libro:

– Was ist das?

Non aspettò la risposta. Spinse più forte il fucile, il librò sfuggì dalle braccia di Rebecca, finì sul binario.

Rebecca voleva tentare di riprenderlo, ma la mamma la trattenne.

Il libro fu ridotto in bricioli dal treno, che sopraggiunse in quel momento: lungo, lugubre, senza finestre.

Rebecca, la mamma e la nonna si sistemarono in un angolo, strette l'una all'altra per il freddo e la paura.

Riempito il vagone, i soldati chiusero le porte e le sprangarono da fuori. Fu il buio.

Il buio nero, senza speranza, senza luna e senza stelle.

Rebecca, per farsi coraggio, provò a recitare i versi che si ricordava “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?”, ma in quell'angolo, al freddo e al buio, le parole si erano come ghiacciate nel suo cuore e non ce la facevano a uscire dalle labbra.

Cercò di ripensare al cielo, alla luna, alle stelle, ma neanche il ricordo di tanta bellezza riusciva a vincere l'orrore: la luna e le stelle erano state chiuse fuori quando i soldati avevano sprangato i vagoni.

La voce le si troncò in gola e il pianto la sopraffece:

– Mamma, mamma, torneremo mai a riveder le stelle?