Il 15 febbraio 1564, nel cuore del Rinascimento italiano, quando l’arte e la scienza si intrecciavano in un’esplosione di creatività e conoscenza, nacque a Pisa un uomo destinato a cambiare per sempre la nostra visione dell’universo: Galileo Galilei.
L’inizio della rivoluzione
Egli dimostrò fin da giovane un talento straordinario per la matematica e la fisica e, nonostante le aspettative del padre, che lo voleva medico, si appassionò agli studi fisici, matematici e astronomici iscrivendosi all'Università di Pisa. Qui iniziò subito a sfidare le convinzioni del passato, mettendo in discussione, con spirito critico, le teorie aristoteliche seguite dai più, scrivendo un giorno, tra le altre cose:
«Se poi sarà vero quello che ha detto Aristotele, sono pochi quelli che indagano; basta loro essere ritenuti più dotti perché hanno per le mani maggior numero di testi aristotelici [...] che una tesi sia contraria all'opinione di molti, non m'importa affatto, purché corrisponda alla esperienza e alla ragione».
Di Aristotele contestava, in particolare, la legge gravitazionale, secondo cui gli oggetti più pesanti cadevano più velocemente di quelli leggeri: per contestarlo si dice che lasciò cadere due sfere di peso diverso fin dalla Torre di Pisa, dimostrando che la velocità di caduta era indipendente dalla massa.
La scoperta di un cielo non perfetto
Incalzato da problemi economici, nel 1592 Galileo ottenne un più remunerativo trasferimento nello Studio di Padova, nella Repubblica di Venezia, come insegnante di matematica e poi di fisica, pochi mesi dopo l'arresto di Giordano Bruno avvenuto il 23 maggio 1592 nella stessa città.
Dopo anni di studi e insegnamenti a Padova, nel 1609, Galileo sentì parlare di un'invenzione olandese: il cannocchiale. Migliorandolo con la sua abilità, lo puntò verso il cielo e scoprì un mondo mai visto prima: montagne sulla Luna, macchie solari, le fasi di Venere e quattro lune che orbitavano attorno a Giove. Questo ultimo dettaglio fu rivoluzionario perché dimostrava che non tutto ruotava attorno alla Terra, come invece sosteneva la Chiesa e la teoria geocentrica di Tolomeo.
La sfida all’autorità
Le sue scoperte lo portarono a rafforzare le teorie di Copernico, secondo cui era il Sole, e non la Terra, al centro dell’universo, ma lui sapeva che questa idea era considerata eretica dalla Chiesa perché metteva in discussione la centralità dell'uomo nell'universo, infatti già nel 1597 scriveva a Keplero che la pensava come lui:
«Ho già scritto molte argomentazioni e molte confutazioni degli argomenti avversi, ma finora non ho osato pubblicarle, spaventato dal destino dello stesso Copernico, nostro maestro».
Dopo quella lettera pensava che, attraverso il cannocchiale, aveva ora abbastanza prove per convincere il mondo accademico di allora.
Nel frattempo, nel 1610 chiese ed ottenne il trasferimento a Firenze e si fece nominare come matematico primario dello Studio di Pisa e filosofo del Ser.mo Gran Duca, senz'obbligo di leggere e di risiedere né nello Studio né nella città di Pisa.
Continuando le sue osservazioni, nel 1611 scriveva:
«Venere necessarissimamente si volge intorno al sole, come anche Mercurio e tutti li altri pianeti, cosa ben creduta da tutti i Pitagorici, Copernico, Keplero e me, ma non sensatamente provata, come ora in Venere e in Mercurio».
Nel 1611 Galileo si trasferì a Roma convinto di poter essere abbastanza convincente per dimostrare le sue idee e cominciò una spola tra Firenze e Roma.
Nel 1632 Galileo pubblicò la sua opera più famosa: Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, un libro scritto in forma di discussione tra Salviati, suo defunto amico, nell'opera un sostenitore del sistema copernicano; Sagredo, anch’esso suo defunto amico, inizialmente neutrale ma che finirà per appoggiare le idee copernicane; Simplicio, difensore del sistema tolemaico. Quest’opera suscitò l’ira dell’Inquisizione che già osservava Galileo da anni.
Il processo e la condanna
Nel 1633 Galileo fu convocato a Roma per un processo. Minacciato di tortura, fu costretto ad abiurare, cioè a rinnegare pubblicamente le sue idee. La leggenda narra che, dopo averlo fatto, mormorò la famosa frase «Eppur si muove», riferendosi alla Terra. Galileo fu condannato agli arresti domiciliari per il resto della sua vita, ma continuò a scrivere e a studiare in segreto.
Nel 1638 fece in tempo a pubblicare un trattato scientifico dal titolo Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica e i moti locali, con protagonisti gli stessi di prima, riguardante la resistenza, la statica, la leva e la dinamica, che lo rende padre della scienza moderna.
Galileo morì nel 1642, ma le sue idee non poterono essere fermate. Nei secoli successivi, la scienza gli diede ragione, e nel 1992 la Chiesa Cattolica riconobbe ufficialmente il suo errore nel condannarlo.
Oggi Galileo è considerato il padre della scienza moderna, il primo a basare le sue teorie sull’osservazione e sulla sperimentazione.
Conclusione
Galileo ha vissuto il paradosso del saggio: che se anche fosse stato il più saggio del mondo, non poteva e non potrebbe, neanche in democrazia:
-scriversi leggi da solo, gratuitamente, neanche se fossero, eventualmente, le leggi migliori del mondo;
-giudicarsi da solo, gratuitamente, neanche con un giudizio sano e onesto;
-sanzionare i propri nemici a modo proprio.
