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Benedetta Melappioni - Civitanova Marche (Mc)

Si erano sfiorati per tutta la vita. Rette parallele che per destino possono solo camminare l’una accanto all’altra senza per questo toccarsi. Invece, un giorno sosia di altri giorni, una delle due rette aveva svoltato improvvisamente, arrivando a tagliare di netto l’altra. E in quel punto c’erano loro due.  Si erano scoperti vicini e sotto tutte le somiglianze delle loro passioni avevano fatto in modo di completarsi con le loro diversità. Lei a volte troppo giovane, lui troppo brontolone. Lei sognatrice incapace di vivere nella realtà. E lui che nella realtà c’era stato fatto vivere per forza. Talmente abituato ormai alla solitudine e alla delusione che faticava a lasciar entrare la fiamma di quella ragazza.

Lei era un protone, lui un elettrone.

Eppure quando l’abbracciava era come se tutti gli atomi del suo corpo si amalgamassero perfettamente con quelli di lei. Anche se non era fisicamente corretto. Anche se in realtà c’era un vuoto tra loro e le particelle si respingevano.

Ma tutto quello che sentivano era calore. E non c’era niente che potesse placare il freddo dell’anima, come quella reazione termodinamica sprigionata dall’amore.

Per lui, lei era un cigno. Bella, all’apparenza fragile eppure forte. Non si era mai lasciata spezzare dalle avversità della vita e nei suoi occhi castani, che alla luce del sole sembravano ambra, vedeva una dolcezza che non credeva di aver mai visto in tutta la sua vita. Nel suo sguardo c’era tutto l’Universo che lo avvolgeva e travolgeva all’improvviso.

Si sentiva un papero in confronto a lei. A volte si chiedeva se la meritasse davvero, a volte dubitava. Quella sera la guardava di spalle osservare le stelle nel piccolo balcone dell’appartamento. Con il pigiama bianco e le braccia appoggiate alla ringhiera di ferro. Ed era incantato, come lei che fissava il baluginare degli astri nella notte.

“Da casa mia in primavera si vede la cintura di Orione.”

“Orione? Vorrei fare una battuta ma credo che non la farò.”

Lei sorrise scuotendo il capo: “Renderebbe tutto molto più poetico probabilmente.”

Roberto si avvicinò, le sfiorò la schiena e si mise ad osservare il cielo anche lui.

“Ti faccio vedere una cosa.”  lei parve svegliarsi da un sogno in cui si era incantata ed entrò dentro casa per prendere il cellulare.

“Mi sembrava strano che stavi un momento senza quell’affare in mano.”

“Shhh è importante.”

Roberto incrociò le braccia al petto e attese che lei finisse di scrivere e muovere qualcosa sullo schermo dello smartphone.

“Abell 1689” disse leggendo.

“Cosa?”

Benedetta sorrise: “Il 24 aprile 1990, il telescopio Hubble è stato lanciato nello spazio. Per i trent’anni dell’evento la Nasa ha messo a disposizione l’archivio fotografico per scoprire che cosa Hubble ha ripreso il giorno del nostro compleanno.”

Giro il telefono verso di lui: “Il 14 giugno Hubble guardò Abell 1689. Un ammasso di galassie nella costellazione della Vergine. Che se non sbaglio è uno dei Cavalieri dello Zodiaco più forti.”

Roberto sorrise, un po’ per la citazione nerd un po’ per la bellezza struggente della foto inaspettata..

“Forse in una di quelle galassie io sono Roberto e tu Benedetta. Magari in una siamo due microbi distruttori di mondi.”

Roberto prese il telefono e sentì lo stomaco formicolare per l’emozione. Era qualcosa che avrebbe potuto vedere in qualsiasi momento anche da solo, ma il fatto che fosse lei a farglielo scoprire, con quella delicatezza, gli fece vibrare la pelle. L’elettricità del brivido percorse il corpo insinuandosi fin dentro  al cuore, che aumentò il battito.

Prese un respiro profondo: “La citazione ai Cavalieri dello Zodiaco è stata potente.”

Benedetta rise.

“Forse hai ragione” annuì con il capo, accennando un sorriso da sotto la folta barba “magari in una di quelle galassie esiste una versione di noi migliore, meno problematica, con meno pensieri. Un Roberto che si lascia meno sommergere a volte. Ma potremmo anche non esserci. Forse in quelle galassie abbiamo continuato a sfiorarci senza toccarci e non avremo mai saputo quanto bene possiamo farci. Non avrò mai baciato le tue labbra o sentito la tua mano nella mia.” appoggiò il telefono sul tavolino “Betta, Abell 1689 è un bellissimo ammasso di galassie. Ma sto vivendo nell’unica galassia dove sono certo che io e te esistiamo. E anche se a volte è difficile, perché la realtà lo è, non vorrei vivere in nessun’altro posto in tutto l’immenso Universo.”

“Sei lo stesso ragazzo che stava per fare una battuta squallida su Orione?” domandò sorpresa da quella dichiarazione così profonda.

Roberto sorrise annuendo: “Te l’ho detto, la citazione ha smosso qualcosa.”

Lei rise e lui la trovò bellissima.

Si baciarono. Le loro labbra si abbracciarono come due quark che fondendosi sprigionano la reazione fisica più potente in natura.

Erano l’insieme del viaggio di particelle che avevano percorso tutta la lunga vita dell’Universo per arrivare a quel momento. Per arrivare a loro.

Particelle che si erano cercate e amate forse da sempre ed erano divenute carne in quei corpi, due galassie umane, che diventavano una sola ogni volta che si facevano più vicine.