Simona Carolini - Bari

Risuona, nell’intangibile immensità siderale,

Che tutto contiene e nulla trattiene,

Un sempiterno motiv, bisbigliato dalla corda

Celeste che di vibrar mai smette .

È il suon dell'infinito, universo forestiero,

Ch'adagio inonda l'affollato vuoto inerte.

E t'assorda, silente, l'irrequieto pensiero,

Il dolce frastuon dell'abisso del cielo.

 

Allor s'isola frigida, dal tramestio

Dell’umana esistenza, l'anima tua limpida.

Nell'impervio firmamento s'eleva e assorta

Vaga, tra schier d'astri lucenti, che lieti

Sfavillan lungi oltremodo dall'antropica selva.

Nella quiete s'assorbon le frivol voci, che la

Nota ancestral, eminente, sopprime.

E il sol guardo, quieta il richiamo sublime.

 

Par che gl'occhi tuoi, smarriti s'aggiran

Nel cinico cosmo, eppur tu volteggiar li senti

Tra legion d'entità ridenti, che, pur eteree,

scorgi, tant'è profondo il nobil miraggio.

E per man t'accompagna l'ineffabil eufonia

Che giammai produrrà l'umano congegno.

D'improvviso s'annulla l'effimera essenza,

Che l'esile animo, d'ogni uom, tormenta.

 

Lesto s'affranca dall'umana prigione il

Candido spirito; pago sollazza, e oblia di

spettar a più angusta dimora.

Quand'ecco ch'insorge l'umana voce, remota

T’avvolge e recide l'onirica pace.

S'ostina il dolce sentor nell'onirico loco,

Né mai prova tedio nel mirar le stelle, né

reputa pago l'animo di mirar le stelle.