Sotto la volta immensa della notte
ho chiuso gli occhi per ascoltare,
non il silenzio,
ma il respiro del cielo.
Era lieve, profondo, antico,
come un’onda che arriva da lontano,
un’eco lenta di luce
che attraversa il tempo.
Le stelle sussurravano nomi dimenticati,
bisbigliavano lingue nate prima della voce,
e ogni scintilla lontana
era un ricordo che mi apparteneva.
Ho camminato tra pianeti sospesi,
sfiorando anelli di polvere e sogni,
dove i colori non avevano nome
e il buio non faceva paura.
E da lontano ho visto la Terra:
piccola, azzurra, fragile,
un respiro tra miliardi.
Lì ho capito
che non siamo stranieri dell’universo,
ma il suo stesso respiro disperso,
frammenti di luce, scintille in viaggio.
Siamo nati dal fuoco delle stelle,
dalla loro lenta fine, dal loro inizio,
cenere luminosa diventata carne,
tempo diventato cuore.
E mentre il cielo continuava a respirare,
mi sono sentita parte di quel ritmo,
un attimo soltanto,
ma eterno.
E ogni volta che guardiamo in alto
non stiamo cercando qualcosa,
stiamo tornando, piano,
a casa.

