Nel cielo, una flottiglia
di acerrimi cumulonembi,
un guazzabuglio bilioso
di cateratte ruggenti,
hanno giocato pesante
qui, in questo lembo
di semi eden dolente,
a dichiararci guerra,
tutto diceva di stare
come alla fine del tempo.
Ora, una quiete immorale
è sbucata, d’un tratto,
dal ventre assai gravido
di una sinuosa e placida sera,
dell’algido e ispido gennaio.
Essa, silente, ha recato con sé
un bilione di luci fulgenti
e le ha cucite nell’eterea cupola,
che mi rende pulviscolo
alla possanza oscura dell’universo,
così ineffabile, e sul mio capo
eternamente grave.
Ed io so che questa luna,
apparentemente inamovibile,
di indicibile dolcezza,
ritta solenne sulle tempeste,
è la stessa che ho scorto
tra gli schiaffi collerici
della tramontana tagliente,
lì, proprio tra le chiome dei pini,
ondeggianti alle sue sferze e pietose,
quasi riecheggiassero piangenti il dolore
dei bambini lontani nati alla guerra,
che mai vedranno le rosee albe.
Sì, io so, per certo, che questa
è la stessa luna che è impallidita
sulle aride alture del Golan,
sull’ansietà del Mar Nero,
sui campi cerei di Gaza,
sulle colline ormai friabili,
che inghiottono memorie e città.
Trasfigurata è la luna che ha morso
malvolentieri il suo arcano sorriso
al clangore assordante
dei turpi turbinii ciclonici
che, trasportati dagli alti flutti
del bollente Mediterraneo,
hanno fustigato le coste del sole.
Poi è la stessa luna tra i pini
che, adesso, ha corrucciato la fronte
alla cocciuta protervia,
all’insania illegale dell’uomo.
