Sotto il cielo degli scuri abissi d’inverno
un ragazzo monta il suo fragile altare di lenti.
Non prega santi,
ma costellazioni sbrecciate
che tremano come vetri antichi.
Ha mani ancora acerbe,
odorano di inchiostro e quaderni aperti,
e un silenzio che non trova stanza.
Nel tubo nero del telescopio
affonda l’occhio
come chi cerca un varco nel muro.
La notte non gli promette nulla,
è un’arida distesa di carbone,
eppure lui insiste.
Annota cifre,
declinazioni, scarti minimi,
come fossero indizi di un approdo.
Forse pensa a Galileo Galilei
che per primo sfiorò le cicatrici della luna,
inermi montagne di polvere e luce.
Ogni stella è un lumicino nel buio,
ogni pianeta un sasso lanciato
da una mano che non si mostra.
E lui li conta, li insegue,
li lascia scivolare nella pupilla
come sabbia sottile.
Non cerca risposte
nelle fenditure del nero
ma tregua al frastuono terrestre.
All’alba smonta il suo strumento
con cura quasi paterna,
mentre il cielo si scolora senza rimorso.
Resta negli occhi un pulviscolo chiaro:
è l’amore, forse, per l’infinito
che non sa abbandonare.
