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Cosimo Rotolo - Pescara

Sotto il cielo degli scuri abissi d’inverno

un ragazzo monta il suo fragile altare di lenti.


Non prega santi,

ma costellazioni sbrecciate

che tremano come vetri antichi.

Ha mani ancora acerbe,

odorano di inchiostro e quaderni aperti,

e un silenzio che non trova stanza.
 

Nel tubo nero del telescopio

affonda l’occhio

come chi cerca un varco nel muro.

 
La notte non gli promette nulla,

è un’arida distesa di carbone,

eppure lui insiste.
 

Annota cifre,

declinazioni, scarti minimi,

come fossero indizi di un approdo.

 
Forse pensa a Galileo Galilei

che per primo sfiorò le cicatrici della luna,

inermi montagne di polvere e luce.

 
Ogni stella è un lumicino nel buio,

ogni pianeta un sasso lanciato

da una mano che non si mostra.

 
E lui li conta, li insegue,

li lascia scivolare nella pupilla

come sabbia sottile.

 
Non cerca risposte

nelle fenditure del nero

ma tregua al frastuono terrestre.

 
All’alba smonta il suo strumento

con cura quasi paterna,

mentre il cielo si scolora senza rimorso.

 
Resta negli occhi un pulviscolo chiaro:

è l’amore, forse, per l’infinito

che non sa abbandonare.