Le galassie non gridano.
Si disfano lente nel buio,
come cenere dispersa in un cortile vuoto.
La loro luce arriva tardi,
consunta da secoli
che non abbiamo vissuto.
È un annuncio stanco,
una lettera spedita
quando il mittente è già polvere.
Guardiamo in alto
e crediamo di vedere il presente.
È soltanto un relitto.
Forse anche la Via Lattea
è un errore di prospettiva,
un vortice che ci include
senza spiegarci nulla.
Le spirali si aprono
come conchiglie fossilizzate,
custodi di un mare scomparso.
Ogni fotone
ha attraversato deserti di gelo,
ha ignorato il nostro nome.
E noi, qui,
inermi sul margine di un pianeta minore,
interroghiamo ciò che non risponde.
La luce è un superstite.
Non consola,
non salva.
Dice soltanto
che il tempo non coincide
con il nostro battito.
Così impariamo
che vedere è ricordare
ciò che non è più.
E nel chiarore remoto
intuiamo l’enigma:
siamo ombra che osserva altra ombra.
