Il mio cielo è una pagina strappata,
cucita di notte dall’ago della rosa dei venti.
Tra i flutti del nero oceano il mio barco
traccia nuove rotte invisibili.
Le stelle, chiodi freddi,
tengono fermo questo silenzio.
Non brillano: vigilano.
Sono ancore appese al nulla,
fedeli come un riparo antico.
Le guardo e il sale mi risale agli occhi,
non pianto, ma memoria.
Ogni luce di questa tela è una lettera
di un alfabeto che non so leggere,
eppure son loro a scrutare dentro me.
Il timone scricchiola alle brevi preghiere,
il mare mastica la pazienza.
Tra me e l’abisso
c’è questo tetto sparso di segni.
E navigo contando assenze,
e perdendomi nelle traiettorie
disegnate dalla scia lattiginosa.
Le costellazioni non promettono,
indicano soltanto.
Così l’anima, stanca,
impara la rotta dell’essere,
l’unica possibile, da tracciare nell’anima.
Non c’è porto né ristoro,
solo una linea invisibile da seguire
che il cielo indica senza parlare.
La notte mi stringe in questo patto,
e io mi lascio avvolgere.
Le stelle restano, severe,
a difendere il poco che sono.
In questa vastità senza volto
trovo la dimensione esatta.
Non luce che salva,
ma luce che accompagna.
Il mare tace, finalmente, ancora
e io sento il mio passo custodito.
Sopra, le ancore invisibili
tengono ferma l’anima in viaggio.
