S’accende il coro delle antiche sfere,
mentre la notte svela il suo tesoro;
cadono stanche le umane preghiere
dentro un oceano di polvere d’oro.
Sospesi in varchi di silenzi e gelo,
i grandi fari di remoti soli
tracciano rotte sul velluto e il velo,
mentre il pensiero spicca i primi voli.
L’occhio dell’uomo, naufrago e sapiente,
cerca nel buio un segno, una parola,
tra la nebulosa che freme silente
e l’astro vivo che nel buio sfiora.
È la scintilla della meraviglia
che partorì la mente ed il quesito;
l’atomo ignoto che ci rassomiglia
scritto nel corpo dell’infinito.
Il dato puro si fa canto e rima,
l’astrofilo e il poeta han pari sorte:
scoprir nel fuoco la sostanza prima
che vince il tempo e dell’oblio la morte.
Siamo respiro di galassie accese,
figli d’un fremito che non ha fine,
tra le distanze d’un amore attese,
scritti tra nubi e mappe cristalline.
