Da sempre alziamo gli occhi
come chi cerca una risposta
scritta in una lingua più antica
del tempo e del respiro.
Il cielo non è solo distanza:
è una ferita aperta di infinito
dove il buio si accende
per insegnarci a vedere.
Le stelle non brillano per caso,
ma per ricordarci che esistiamo
oltre il confine fragile
di ciò che possiamo capire.
Gli astronomi ne raccolgono i numeri,
i poeti ne ascoltano il battito,
e tra formule e sogni
si costruisce il senso.
Ogni luce che arriva da lontano
è una domanda che viaggia,
un pensiero sospeso
che trova casa nei nostri occhi.
E noi, minuscoli e immensi,
impariamo a restare in silenzio
davanti a ciò che non finisce
eppure ci attraversa.
Forse conoscere è questo:
non dominare il cielo,
ma lasciarsi abitare
dalla sua eterna meraviglia.
Così nasce la luce:
quando l’uomo guarda l’universo
e riconosce, tremando,
di farne parte.
