Da fuori la Terra non ha voce.
Non reclama, non divide,
non difende.
Non conosce cancelli,
non eredita recinti,
non distingue il sangue dal raccolto,
il torto dal possesso.
È un corpo minimo sospeso nel nero,
una presenza trattenuta
tra gelo e silenzio.
Nessuna frontiera resiste alla distanza.
Eppure basta rientrare in noi
per ricominciare la guerra:
linee,
paletti,
nomi incisi nella polvere
come se durassero.
Abbiamo ucciso per meno.
Il cosmo non giudica:
riduce.
Porta ogni gesto alla sua misura reale,
spoglia l’odio del suo inganno,
restituisce il mondo
alla sua nudità indivisa.
Siamo ospiti
che si credono confine.
E la conoscenza, forse,
non serve a salire,
ma a cadere esatti
dentro ciò che siamo.
Che il pianeta non ci appartiene.
Ci attraversa.
E chiede mani degne
non della conquista,
ma della sua fragile permanenza.
E noi, ancora,
