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Francesco Carrozzo - Modena
“Papà, posso guardare io, la tv, ora? Voglio vedere le Winx, non quelle strane cose che stai vedendo tu.!”. - “Facciamo un patto. Ora guardiamo insieme questo programma che parla di stelle, poi, appena finisce, ti lascio guardare le Winx. -“Vabbè papà. Poi guardo le Winx finché mi pare.”.  –“Affare fatto. In questo momento, si parla di anni luce. -“Anni luce, papà?”. – Sì, Martina. Esistono gli anni luce che non sono altro che il metro delle stelle.”. -“Il metro delle Stelle? Che vuoi dire, papà?”. -“Ascoltami! Quando misuriamo quanto sei alta tu, noi non usiamo il metro, vero?”. -“Si, papà.”. -“Ecco, per le stelle, visto che sono così luminose nel cielo, la distanza anziché misurarla in metri, la misuriamo in luce. Ci siamo? La luce serve a misurare la distanza delle stelle da noi e tra loro.”. -“Per vedere quanto sono alte?”. -“Più o meno. Diciamo lontane. La distanza tra stella e stella si misura in anni luce. --“Posso farti una domanda, papà?”. -“Certo.”.  -“ Mi spieghi allora, per piacere, che significa quello che sta dicendo ora, Micio Gatto, come lo chiami tu? Michio Kaku sta dicendo che ci sono dei grandi buchi nel cielo e mostra che tutto va a finirci dentro.”. -“Si, Martina, si chiamano buchi neri. Un buco nero potrebbe essere, per parlare con un linguaggio comprensibile a una bambina come te: una bocca nel cielo, che mangia tutto ciò che le si avvicina, anche la luce che ci viene dalle stelle così che quella parte di cielo sembra nera. -“ Ma papà, ne sei sicuro? Mangia la luce?”. -“Si, Martina, ne sono proprio sicuro.”. -“Vabbè papà. Me lo spieghi, per piacere, come fa a mangiare la luce? -“ Diciamo che mangia è una semplificazione che sto usando per farti capire gli effetti di questo grande buco nero, per spiegarti che lì, in quel particolare pezzo di cielo, scompare tutto, visto che non è illuminato dai fotoni, e che per questo quel pezzo di cielo appare nero. Mi sono perso anche io. Te lo spiego in un altro modo con un’altra semplificazione. Pensa al buco nero come pensi ad un giocherellone. Pensa ad una tua compagna di classe a cui piace giocare ad “acchiapparella”. Ecco, il buco nero gioca ad “acchiapparella” con tutta la materia del cielo e quindi anche con la materia di cui è fatta la luce, i fotoni. Quando l’acchiappa non la fa più uscire. Si potrebbe anche dire che tiene prigioniera la luce, tiene prigionieri i fotoni, li incatena al suo interno, in modo che non possono più fuggire e andare in giro a far vedere i colori del mondo. Sembra che al buco nero piaccia illuminare solo casa sua, la sua anima, e che non voglia farla vedere all’esterno. Tu pensa che il buco nero vuole proteggere la sua privacy, e così ha costruito intorno a sé una barriera impenetrabile ai nostri occhi. Così non ci fa vedere che cosa ci sia dentro casa sua. Io dico che si protegge l’anima, i segreti della sua anima. Ci siamo, Martina, mi segui?”. -“No, papà, troppo complicato! Ho capito solo che gioca ad acchiapparella,”. –“Puoi immaginare anche che il buco nero sia la porta d’ingresso di una caverna dove la mente luminosa di talento si rifugia per ritrovare se stessa, oppure, una fosca voragine di gloria stellare, che si ritira lì per pensare ai fatti suoi, per non essere disturbata da nessuno.”. -“Ma come parli difficile papà. Io non capisco niente di quello che mi dici, però mi piace stare ad ascoltarti.”. -“Posso spiegarti un’altra cosa se vuoi.”. -“Sì. Sì, papà!”. -“Lo sai che esiste anche un’altra giocherellona nel cielo? Questa si chiama materia oscura, e le piace giocare a nascondino? La materia oscura gioca a nascondino coi nostri occhi. Noi sappiamo che partecipa al gioco dell’Universo insieme a noi, ma lo sai, Martina, che non si vuole far trovare? Una materia tanto oscura che sa nascondersi proprio bene, mica come te e tuoi amici che subito vi fate trovare quando giocate. -“Papà, e cosa mangia questa? -“Questa non mangia nulla, stai tranquilla! Le piace solo giocare a nascondino. Come il buco nero gioca ad acchiapparella, la materia oscura gioca a nascondino, ma sappi che prima o poi qualcuno la troverà e farà tana al posto suo.”. -“Dai e chi altro c’è nel cielo che gioca?”. -“Posso dirti come la pensa la parte matta di papà?”. -“E va bene. Voglio proprio vedere che ti inventi questa volta.”. -“Io penso alla materia oscura come alla coscienza saggia dell’universo, quella stanca dei bagliori della ribalta, quella che invita alla pace e a ricercare spazio e solitudine col proprio ammasso di esperienza di corpo, anima e coscienza.”. -“Ma che dici, papà, è troppo difficile per me.”. -“Lo so, Martina. Cerco solo di stimolare la tua voglia di conoscere, di imparare cose nuove anche con la fantasia, seppure, possano essere non vere. L’importante per me è che ti venga la voglia di conoscere e ricercare. -“Vuoi che continui?”. -“Si.”. -“Vuoi sapere anche che cos’è l’energia oscura? Quella che spinge ogni massa a dispersione? A perdersi nello spazio? Quella che ci allontana tutti, gli uni dagli altri?”. -“Si, papà, ma ho capito solo che ci allontana tutti. Vabbè, dimmi lo stesso, sono curiosa.”. -Vuoi sapere chi siamo noi rispetto all’Universo?”. -“Si!”. -“. Ascoltami bene. Noi, le pietre, le piante, l’ossigeno che respiriamo, siamo materia tanto piccola che è impossibile da vedere se non con strumenti complicatissimi. Lo sai che la materia è composta da “quanti di energia”. Sai cosa sono? -No, Papà! -Ti basta sapere che questi quanti fanno esistere noi, la selce, o se preferisci, il marmo, oppure il semplice bicarbonato quello che si prende mamma per il suo mal di stomaco.”. -Noi siamo, frammenti di polvere stellare addensati in modo diverso dalle pietre, ma pur sempre creati con gli stessi elementi dotati di energia. Siamo strutture complesse e uniche allo stesso tempo, come i rubini, gli zaffiri, gli smeraldi e il ferro. Occupiamo lo stesso spazio di quelle pietre di cui non cogliamo, ancora gli intimi pensieri e turba_menti, eppure quegli identici spazi di quanti sono quelli che compongono noi e animano i nostri stessi senti_menti.”. -“No papà, non mi convinci. Noi nasciamo e moriamo, le pietre no. Loro sono sempre lì.”. -“È proprio questo il bello. Noi e le pietre, miliardi di anni fa, precisamente 14 miliardi di anni fa, nasciamo insieme con un grande botto chiamato Big Bang. All’improvviso da una “singolarità”, così si chiama, nasce tutto. Fino alla polvere che si condensa e forma le stelle, le pietre e poi anche noi, le mosche, le zanzare, con tutto quello che ci caratterizza come parte dell’Universo che noi stiamo imparando a conoscere da pochissimo, e, della quale, non sappiamo che una piccolissima parte. Quella parte che CI vede, crediamo noi, come materia pe(n)sante. Detto questo, Martina, devo dirti anche che lo scoprirai, un giorno, quando riuscirai, non solo a leggere, ma anche a comprendere questo racconto dedicato a te”.